Sulla strada di ritorno mi sono imbattuto in un isola. La spiaggia bianca scivolava sotto un mare turchino e spumoso. Mi avvicinavo rasentando l’acqua e scoprivo che quel tratto di costa non era fatto di sabbia. Oh no! Era un meraviglioso corpo di donna nudo disteso e abbandonato; i suoi capelli al vento erano alberi con foglie e frutti che si annodavano in una abbondanza di forme e colori. La promessa di questa visione mi spingeva a nuotare freneticamente, con foga sempre maggiore, per raggiungere la meta e poi, esausto, iniziavo a correre sulla battigia vincendo la resistenza dell’acqua per raggiungere la visione e potermi sdraiare a fianco, sotto o sopra di lei, accarezzarle la pelle. In quegli attimi avrei voluto svegliarla delicatamente e cantarle dolci melodie d’amore ma… orrore, la sfioro e il suo corpo è freddo e duro come la roccia, coma la lava di un vulcano e la sua chioma non si intrecciava più in una fitta foresta tropicale come pareva dal mare, ma bensì erano migliaia di artigli lunghi e taglienti volti verso il cielo con il solo intento di ferire. Come avevo potuto avere una visione tale? Ora la osservo con disgusto, quasi con l’intento di voler riprendere a nuotare in mare, ma abbasso lo sguardo e tracollo nel scoprire che ho gambe nere e pelose e magre e corte e… sono una farfalla, non un uomo. Inizio ad urlare.
- Jean, JEAAAAN! Sveglia caprone.
- AHH!
Mi alzo di scatto, sono madido di sudore, la testa mi scoppia e di fronte a me c’è la faccia contorta da un ghigno del povero Michael. Davanti a me c’è solo quella solita faccia scarna.