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postato da cominciare alle ore 08:21
sabato, 28 aprile 2007

suòno :s. m.  in fisica, ogni vibrazione prodotta da un corpo elastico…
 
 
Ma perché?” Già. Perché? Perché a me …perché accade?
Sembra una frase fatta, presa da qualche libro.
Una domanda generica
che non si adatta bene alla sua personalità.
Sola in quella casa mai vuota,
stesa per terra non riusciva a concentrare le sue emozioni…
poteva solo pronunciare quella frase
per coprire il vuoto della mente,
finché le nebbie della sua testa non fossero svanite.
Pare che il corpo non reagisse,
che steso a terra avesse trovato la sua ultima posizione…
per quanto riguarda la testa,
come le onde del mare, arrivava lenta e così svaniva.
Ma lei, lei cosa provava veramente?
Del dolore che stava montando, della fatalità
di essere ora qualcosa di differente da prima?
Nulla, proprio nulla.
Solo il suono della caduta seguito
da un altro suono ad eco dentro di lei, più sordo ed insistente.
Una vibrazione leggera che quasi l’avvertiva d’essere viva,
un fremito invisibile come a dire: attenta, c’è del pericolo.
D’altro canto lo schiocco dell’impatto
non era stato di certo così piacevole, ma dalla sua,
se non altro, era stato repentino.
C’era anche un urlo soffocato che era sempre
lì per lì da uscirle violento dalla gola,
invece tentennava passando da un balbettio emotivo
ad un ansito di paura.
Tese l’orecchio, quasi poteva percepire quella parte di lei
allungarsi, animarsi, infine ingrandirsi a dismisura
alla ricerca di fruscii lontani,
di sospiri amici che l’avrebbero soccorsa
... insomma, di quel familiare concerto di voci
che sempre animavano la sua vita.
Ma madre Armonia e padre Silenzio
parevano proprio essersene svaniti via per sempre
Nessun suono, forse, sarebbe mai più stato in grado
di fondersi in musica…per lei.
 
(forse: l’avverbio più usato al mondo! racchiude tutto il significato
più profondo della vita…a lui la mia prossima divagazione)
 
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postato da cominciare alle ore 22:12
domenica, 22 aprile 2007

.
.
Corvo torvo e curvo
troneggiava dall’alto spalto
avvolto da grigi presagi/
Ossuto muto
indifferente mente
e l’altrui passaggio attende./
Ala farfalla volteggia leggiadra,
rosa chiassosa osa/
e di fiore in fiore l’ebbrezza bellezza silenziosa posa./
Corvo lucifero nero è invidia perfidia.
Vuol compagnia./
D’essere solo se ne vergogna.
Ritorto contorto s’ingegna
sul come ingabbiare rubare l’etereo eletto insetto./
Lei bella sfarfalla
e ignara rischiara
l'animo dei compiacenti viventi.
E’ vita proibita, ambita
gioia è virtù sfrenata bramata. /
Corvo s’acquatta nell’acqua sottacqua.
Lento s’affonda fino al secco becco /
e gli occhi bislacchi illusi socchiusi
scrutano che acceda la preda./
Vistosa delizia fra i fiori riposa.
Poi fluttuante incostante
seducente vola,/
arriva alla riva della chiazza pozza
e lì sdoppia  i suoi splendori colori./
Ecco il becco, atroce e veloce
rimbecca ala farfalla.
Giù per la gola cola /
e dentro il nero centro più lei non vola.
Troneggia festeggia ancora corvo ricurvo./
Ma inaspettatamente lucente spirito ambito
da dentro il ventre esce evanescente
e leggiadro danza e svolazza libero effimero.
Lui morire non può. /
Al gracchiante mercante di morte,
un forte malore sudore pervade la mente/
E inaspettatamente diviene cosciente
dell’infinita cosmica vita. /
Mai fallimento sconcerto fu così grande e pesante.
Lui re della sorte morte /
Stasera più non impera.
Ala farfalla la morte dissolve. /
Corvo cade decade sciolto.
Morto stecchito l’orgoglio ha ferito. /
Corvaccio morente
con respiro latente
volge lo sguardo alla farfalla ridente
che burlona dissolve./
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postato da cominciare alle ore 11:05
giovedì, 19 aprile 2007

Quando l’uomo sollevò la testa nella prima notte di esistenza vide ciò che Dio creò nel terzo giorno della creazione affinchè fossero “segni per le stagioni e per i giorni e per gli anni” (Genesi, 1, 14)
 
 
Giuro, non la compro più!
.
.
Allora l’uomo catturò questi segni dal cielo
e ne fece degli schemi leggibili,
sentendo la nostalgia dello splendore che rappresentavano.
.
Il primo segno che tracciò fu la spirale,
ma la difficoltà che incontrò nell’incidere
questo segno nella pietra lo portò a trasfigurarla in meandro.
Gli piacque, ne fece una firma
riportandolo su ogni oggetto di suo possesso
come a voler stabilire un’appropriazione
dell’anima dell’oggetto stesso.
La cattura della parte più intima rappresentava per lui la trappola;
dunque l'imprigionamento era il percorso angolato
il meandro - per l’appunto - dove costringere
l’anima dell’oggetto e bloccarne la fuga.
Ma prima della definitiva morte dell'essenza del prigioniero,
c’era la paura, la pazzia
solo in ultimo la fine, a quel punto liberatrice.
.
Ma oggi cos'è un meandro? 
Spesso è più verbale che fisico
ma, c'è un ma in tutta questa storia
ed è che - a nostra insaputa forse -
il segno è ancora impresso nel nostro profondo
tanto da confonderci,
coinvolgerci, irretirci, soffocarci 
e non c’è più un gioco del perderci  nel labirinto
che sottintende altri concetti,
altri atteggiamenti di accettazione.
C'era un tempo in cui eravamo capaci
di volare con la mente
sopra le montagne
ridisegnando le forme di vapore in cielo
come una meravigliosa
invenzione dello spazio.
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postato da cominciare alle ore 21:55
domenica, 15 aprile 2007

E' una cosa seria

Come si fa a fuggire questo ruolo “madre - padrona di casa – moglie”, quello che obbliga la donna a svegliarsi per prima la mattina e iniziare i suoi mille mestieri frammentati per tutto il giorno per poi morire la notte dentro ad un sonno che è recupero di forze?

Se dovessi riassumere l’azione principale sarebbe “lavare”, e questo non è un singolo verbo è l’apoteosi della pulizia che non si estende alla casa, ai panni, al corpo dei figli, ma prosegue in una nitidezza di comportamento, di pensiero forte e coraggioso per infondere quella stessa limpidezza e candore di vedute attraverso un’educazione rigorosa e coerente. La donna lava e purifica i suoi pensieri peccaminosi dentro l’umile lacrimare nascosto. Stende le lenzuola che accecanti riflettono la luce di quel nucleo familiare, il loro profumo, il vociare allegro all’interno delle mura domestiche, protrae le braccia in avanti sempre pronte ad un gesto d’accoglienza, lo stesso gesto che usa per la tovaglia lisa e rammendata che verrà sovrastata dal latte e il pane. Correre a spegnere il caffè e poi a svegliare il figlio e il marito e, ancora, rapida a preparasi per il suo lavoro fuori casa, mentre veste anche il piccolo e pensa cosa vorranno la sera per cena. Ancora si affanna a lasciare la casa in ordine per non essere sopraffatta la sera dalla stanchezza e dal disordine quando con la stessa furia tornerà a casa e con lei anche le altre parti della famiglia e un amico imprevisto. Mentre affronta le prime ore di lavoro ha già organizzato i suoi cari fino al giorno dopo. Ma non basta, perché tempo per lei ne ha… forse mezz’ora deglutendo un panino velocemente di fronte alla sua scrivania, in un angolo appartato dell’ufficio e sperando che la scuola non chiami per una febbre improvvisa del piccolo. Poi lo sport dei figli, la spesa, la cena e la compagnia notturna richiesta dall’uomo. Per amore, per pulizia, per convinzione arriva ad accettare questa discontinuità delle azioni, questo accavallamento di più mansioni, a subire il disorientamento della propria persona. Inizia questo cammino di frammentarietà che non sa dove la potrà condurre, ma che svolge con costanza e metodo. La sua giornata diventa pesante come quella di un soldato in guerra. Per gli uomini tutto questo significa una buona madre per i propri figli, una compagna da tenere per la loro vecchiaia. Per gli uomini questa tortura è una vita normale. Per una donna intelligente questa è la ragione di un possibile omicidio. Ma l’intelligenza è una lama a due facce. E per ogni considerazione, per ogni pensiero che si rispetti per la sua grandezza, c’è sempre la sua controparte.

Non venite a dirmi che i tempi sono cambiati, che ora la donna non è più come una volta sottomessa all’uomo, perché qualsiasi vittoria conseguita, sia sociale che personale, è solo una conquista in più a tutto questo.

 

 

 

A proposito di donne e di dogmi vi invito a leggere  qui   l'ultimo post di Mariastrofa

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postato da cominciare alle ore 17:47
mercoledì, 11 aprile 2007

 

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postato da cominciare alle ore 09:24
martedì, 10 aprile 2007

Ecco cos’è la pazienza:
 
 
- Non lo dovreste chiedere a me!
Per quanto il suo volto restasse quasi serio,
la pelle era radiosa quanto i suoi occhi.
Oh quello sguardo di cosa era capace!
Trascinava le anime dentro abissali profondità.
Distrattamente si spettinò i capelli
e proseguendo in quel suo gesto quasi infantile
cercò di riordinarli alla bene meglio.
Non sopporto le persone
che non riescono a separarsi dalle cose, pensò,
in special modo se queste non riescono
a portare il tuo pensiero davanti ai tuoi passi.
Si, pensò a questo in quell’attimo di silenzio
che si venne a creare; uno spazio
simile ad un cuscino
che si frappose tra la sua risposta
e la reazione di stupore dell’uomo.
E’ finita! È andata, non esiste più.
Inutile trattenerla.
Restare dentro quest’anello spazio-temporale
significa ipotizzare storie con fini sempre differenti.
Non ha senso tormentarsi.
Il ricordo diviene memoria nel tentativo
di ritrovare anche per un solo attimo
la stessa cosa che è perduta.
Qualcosa stava accadendo, qualcosa di brutto.
Per quanto la donna ne avvertiva il formarsi,
non ne capiva la natura; forse era solo un fraintendimento
che rischiava di oscurare la delizia di una serena compagnia.
Si affrettò a soffiare via la lieve tempesta in arrivo:
- La poesia è fatta di pazienza
e la pazienza non è altro che un bouquet di rimpianti.
Io scrivo e di rimpianti non ne posso avere.
Guai se indugio, non posso voltarmi indietro.
Il rimpianto non ha una forma precisa,
muta con lo stato d’animo, fissa la mente e il cuore
in un punto solo; insomma, difficile costruirci sopra qualcosa.
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postato da cominciare alle ore 15:00
sabato, 07 aprile 2007

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postato da cominciare alle ore 12:27
venerdì, 06 aprile 2007

Oggi parto da qui: la verità non ha bisogno di essere descritta.
Un concetto semplice e nel contempo meritevole.
Dunque come può essere una donna non lo si chiede
ma lo si deduce da come vive la sua casa.
Il gioco è presto fatto, quasi non serve descrivere il resto
ciò che ne segue sono solo spiegazioni
di pignolerie, di strafottenze o magari di estrosità.
 
Il quaderno venne riposto dentro al cassetto
con un gesto quasi plateale; pose l’accento
sul soddisfacimento di quella deduzione.
Ecco, l’idea era salva, pensò,
ma poi fu soprafatta da tutto un elaborare
d’immagini e particolari, di figure femminili
che lente entravano ed uscivano da stanze
incastrate dentro le mura di altrettante case.
Chissà che tipo di donna avrebbe potuto essere lei?
Si guardò attorno, lo studio in disordine e un po’ polveroso,
non era proprio l’esempio più giusto da considerare
visto tutto il lavoro arretrato che aveva dovuto smaltire;
così si alzò verso il corridoio
ingombro da un secchio di plastica da giardino
pieno di azalee rosa e rosse, bellissime e invadenti.
Pensò a quanto fosse sbadata nell’aver dimenticato,
durante le spese della mattina,
l’acquisto di un vaso adatto.
I fiori erano in effetti bellissimi,
ma con rami così alti e indomabili
da non riuscire a restare in equilibrio
 in nessuno dei suoi vasi di casa.
“Anche Annie, avrebbe potuto dire al giardiniere
di tagliare rami più piccoli” disse a voce alta
quasi in tono di scusa con se stessa,
ma quando giunse in cucina
aveva già dimenticato il motivo della sua ispezione
ed era passata a servirsi una tazza di caffè.
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postato da cominciare alle ore 18:40
mercoledì, 04 aprile 2007

un po' qua e un po' là.
.
.
Così mi avvio;
mani in tasca passo veloce
il sapore di una sigaretta sulla lingua.
Arrivo per prima all’appuntamento,
come sempre d’altronde, perché -
per quanto mi sforzi a tergiversare
preoccupandomi di tutto e di nulla -
io ho questa predisposizione:
essere puntuale mio malgrado.
Non so cosa fare,
mi innervosisce avere uno sguardo supplichevole
verso l’ingresso del locale,
l’attesa mi logora e faccio presto ad ordinare da bere.
Lei non arriva così lego con il vicino di sedia:
il tempo, lo stress, un po’ di filosofia spicciola e via dicendo.
Al terzo o quarto bicchierino,
non so perché, mi viene istintivo
iniziare a toccargli la spalla.
Ma si che lo so il perché;
per un po’ di tempo avevo staccato l’audio
salvandomi dalle sue banalità,
ma ora l’unica cosa che mi costringe ancora qui
è il suo aspetto fisico.
La vita è anche questo: una notte e via.
Un vero invito a nozze  per gli psicologi.
Cito loro perché mi sembrano
quella razza di uomini
che trovano sempre una motivazione per tutto,
catalogando il bene e il male e il giusto
o, ancora, l’inutile.
A loro tutto sembra anormale,
mentre loro si reputano così equilibrati, cosi nella media.
Dev’essere davvero brutto appartenere
alla categoria del pensiero medio,
così senza sporcarsi mai le mani.
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postato da cominciare alle ore 09:28
martedì, 03 aprile 2007

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postato da cominciare alle ore 17:57
domenica, 01 aprile 2007

Proprio mentre stavo consegnando tutte le mie arti alla tomba
.
.
Questo, sono certa, è della massima importanza;
è per questo che affido ad un ignoto la mia confidenza.
Scrivevo, scrivevo cedendo ad eccitazioni passionali,
a suoni ed immagini, anche comuni come la pioggia
o il raggio di sole che ne segue;
i ricordi facevano precipitare il mio cuore
dalle vette più alte dell’estasi 
fino al più profondo degli abissi.
Così pensai, che se la vita vera, la vita reale
è così estremistica, tanto doveva restare libera
e spregiudicata quell’immaginaria.
Scarabocchiai assurdità, dando corda ad ogni impulso,
divertendomi a compiere ogni errore possibile di stile,
grammatica, sintassi con la rabbia e con l’amore;
scimmiottai i pensieri altrui e poi in questa foga
mi lasciai fagocitare dal torrente selvaggio della mia magnificenza 
non riuscendo a saziarmi mai del risultato,
mai cedevo alla fatica del fisico
spronando la mia mano oltre i confini del mio dono divino.
Il tempo passava, e mentre la mente cresceva grassa,
il fisico si snelliva restando teso e tonico.
Mi piacqui, molto per essere sincera,
tanto da osare di far dono al mondo della mia magia:
rubai la vecchiaia a questo tempo.
“Gioite, dunque, eterni fanciulli della ebbrezza eterna della giovinezza!”  
annunciai.
Davanti a miei occhi già traevo beneficio
nell’assistere alla fine dei pensieri avvizziti,
degli inchiostri polverosi o degli scritti austeri, peggio, scheletrici
ed in tanto definivo le clausole del contratto
infinitamente piccole, irrimediabilmente illeggibili.
Poi sussurravo col sorriso in volto e la penna pronta da porgere:
“Suvvia un po’ di coraggio in cambio di qualche granello d’ intelligenza in più”
ma mi guardavo bene dal chiarire loro la pena per tale vantaggio.
Poi in fondo, mi confortavo tra me e ancora me,
a cosa serve essere vecchi,
perdersi dentro a tempi lunghi d’inedia inoperosa,
smarrire la propria ambizione?
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